Recensione “La società dello spettacolo”, Guy Debord

“La società dello spettacolo” non può essere condannato al mero essere-un-film: esso funge invero da essere-visto-che-fa-vedere; uno specchio, e allo stesso tempo un motore, che riflette e porta avanti. La potenza del cinema è questa. Tale potenza, lungi dal dover essere riservata solo a “certi capolavori”, vive latente in ogni pellicola irrealizzata; solo poche opere, tuttavia, sono in grado di dare piena realizzazione, piena Realtà, a tale Potenza: Guy Debord, dal canto suo, riesce a fare precisamente questo.

La pellicola (tratta dall’omonimo libro, che ne ispira largamente la sceneggiatura) è una sorta di ri-attualizzazione di Marx, cent’anni dopo Marx. L’alienazione, tema centrale di tutto il marxismo, in quanto condizione del lavoratore all’interno di una società dominata dal modo di produzione capitalistico, viene adesso letta parallelamente allo sviluppo dello spettacolo. Quest’ultimo è, in breve, la «mera apparenza», l’opposto e/o coprimento del vero, dell’autentico, in una dicotomia la cui traccia fa eco sin dall’inizio della storia — del pensiero. La preoccupazione, l’ansia di Debord sta tutta in quelle donne in bikini: esse, nell’atto di coprire il loro corpo in maniera così inessenziale, contemporaneamente danno il loro nullaosta allo Spettacolo, all’inasprirsi dell’apparenza sociale, ad un vero e proprio velamento del reale. A questo punto, le diapositive di donne in topless assolvono tutt’altro compito: esse, oltre a sottolineare la vacuità dell’operazione di velamento, dispongono l’animo dello spettatore in un “oltre” che è anche un “prima”, in una tensione costante tra la nostalgia dello stato pre-spettacolare e la necessità storica di oltre-passarlo.

Se il cinema può essere un’arma, Debord intende trovare il modo di renderla il più efficace possibile: la messa in movimento del suo stesso libro deve essere interpretata come un’operazione strategica, alla stregua dell’occupazione della fortezza nemica, volta a rivoltare i cannoni sui loro stessi proprietari, ora disarmati ed impotenti. Ma chi sono questi proprietari? Ecco l’elemento riflessivo: lo spettatore stesso, colui che guarda il film — o colui che guarda i film, in generale; Debord non fa sconti a nessuno. Lo stesso atto di vedere questo film, o di scrivere questa recensione, sottolinea la vittoria dello spettacolo. Pertanto, adesso, questo testo deve concludersi.

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