“Sbundo” di J. Costantino e F. Badolato – Recensione

Ciò che si osserva da vicino non è necessariamente ciò che si può conoscere meglio. Sbundo, il nuovo film di Jonny Costantino e Fabio Badolato, nasce da questa intuizione: la prossimità non genera chiarezza, ma smarrimento. L’immagine, costantemente sfocata, diventa il riflesso di uno sguardo assente, quello di un uomo che, pur vedendo, ha scelto la cecità.

Il protagonista – o, più precisamente, il suo residuo – attraversa una Calabria quasi invisibile, una terra la cui vitalità si riduce a mera cornice esistenziale. Ogni elemento del film riflette chi lo attraversa: tutto è-per-lui, visto da lui, vi ruota attorno e gli è funzionale, dando vita ad una corrispondenza malsana all’interno della quale i confini tra chi agisce e chi viene agito si mescolano e sfumano.

Per questa ragione, club, porti e spiagge vuote si confondono in una distesa di immobilità che imita il ritmo della vita ma che, al contempo, ne rovescia la pulsazione. Il film procede dunque secondo un movimento soltanto apparente, una scansione ipnotica che sottolinea la monotonia di ciò che mostra: un mondo in rovina che continua a fingere di esistere; il suo lento incedere verso la catastrofe.

Le relazioni umane, cuore pulsante della narrazione, si consumano nella falsità e nell’effimero. Ciò che Sbundo mette in scena non è tanto l’assenza degli altri, quanto la loro presenza ingannevole: corpi che si incontrano senza mai toccarsi davvero, volti segnati dal tempo e dal potere, tradimenti all’insegna del nulla, figure che si dissolvono prima ancora di definirsi. L’alienazione non è qui un tema, ma una condizione: il protagonista è l’uomo sbundato, l’uomo finito, simbolo di una società che ha smarrito se stessa mentre si specchia nella propria impotenza travestita da potenza.

Quella porzione tra Catanzaro Lido e il quartiere rom Pistoia viene sì filmata con intento documentaristico, ma simultaneamente filtrata da una prospettiva soggettiva che ne nega la consistenza oggettiva. Costantino e Badolato, con un’operazione affatto scontata, intendono portare l’arte al suo punto di rottura: un film che è al contempo cinéma verité e cinema di poesia, che sta sapientemente in equilibrio sul filo che divide l’estetica della carne e la metafisica del concetto.

Il risultato di questa sperimentazione paradossale è un linguaggio fatto da divagazioni e sospensioni, sfocature, primi piani e quadri opprimenti. Con questi elementi non si racconta, bensì si mostra la natura dell’umanità – e lo si fa a partire dal punto di vista di coloro che sembrerebbero, a rigore, non esserne parte.

Nella spirale di follia che culmina con il delirio del protagonista, Sbundo trova il suo gesto estremo: lo sguardo che si autodistrugge pur di non vedere più. E in questo gesto, forse, risiede la sua più profonda empatia e delicatezza. Un film sull’assenza, sulla perdita, sulla vertigine del vuoto — e su quella strana forma di lucidità che nasce solo quando tutto è ormai sfocato.

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