È buona norma, laddove si voglia cercare di dare un senso alle proprie idee dopo la prima visione di un film, porsi interrogativi di diversa natura che possano orientare meglio la riflessione. Riflessione, tuttavia, compiuta su un atto apparentemente semplice e banale; su questo atto pone il quesito originario, il punto geometrico da cui partire per tracciare la propria linea di pensiero: che cosa ho appena visto?
Pertanto, partiremo da qui. La risposta è semplice: (io) ho visto un film. In quest’ultimo, erano presenti degli attori. Gli attori protagonisti sono un duo di gemelli neri stile Django di Tarantino, pur non avendo la street credibility di Jamie Foxx; e non perché Michael B. Jordan sia stato poco convincente (nel recitare due personaggi distinti, per giunta), ma perché semplicemente non l’hanno: c’è chi ha lo swag e chi no. Loro no.
Uno dei problemi principali del film è che esso vuole convincerti disperatamente e senza mezze misure che questi due gentiluomini abbiano lo swag per metà film, per poi diventare una sorta di La notte dei morti viventi.
Qui, però, gli zombie sono rimpiazzati da vampiri, il cui morso inietta una dose letale di galateo nel corpo delle vittime, che saranno quindi costrette a una nuova vita in bianco e rosso dove la priorità consisterà nel chiedere insistentemente di entrare nelle discoteche per sterminare quanti più uomini (neri?) possibili, pur sempre premettendo una tenera e innocente richiesta: “Permesso?”
Convenientemente, questo meccanismo viene sgamato tempo 2 secondi da una strega, che convenientemente coincide con l’ex-moglie di uno dei due gemelli protagonisti, e convenientemente disposta a venire all’inaugurazione del nuovo locale/riciclaggio di denaro per il quale il suo ex-marito (che l’ha abbandonata anni addietro) ha deciso di tornare in città. Probabilmente l’offerta di servire ad un bancone era troppo da rifiutare; o magari è stata semplicemente accecata da una vecchia fiamma. Il fatto rimane: la donna ha capito tutto subito. Ma non è neanche questo il problema principale.
Il problema principale sai qual è? Che lo spettatore viene trattato come un rincoglionito. Mi immagino esattamente l’americano bianco più grasso che esista, disteso sulla sua poltrona trisunta, intento a scrofanarsi un bidone di popcorn X^∞L (mano destra) e una coca zero (mano sinistra) con il telefono acceso poggiato sul bracciolo (nel caso arrivasse qualche notifica), con una soglia di attenzione nettamente inferiore a quella di un pesce rosso, che tra una pisciata e l’altra si segue il suo bel film. Questo (s)oggetto sicuramente sarà in grado di apprezzare a pieno le potenzialità di questa preziosa gemma che il buon Ryan Coogler e compagnia hanno avuto il piacere di regalarci, spiattellandoci in faccia tutto lo spiattellabile, e distorcendo fino alla nausea la percezione dello spettatore a loro “vantaggio” (narrativo).
Vorrei solo aver potuto passare del tempo in quel set, in quel mondo. Vorrei aver avuto più che un mero assaggio del virtuosismo di Coogler – espresso ad esempio in quel piano sequenza della donna cinese che, semplicemente, attraversa la strada gremita di vita e di colori. Avrei voluto godermi la musica senza inutili aggiunte di “spiriti della musica del passato e del futuro”. Avrei voluto più occasioni di osservare il paesaggio in cui era immerso il Club Juke.
Invece, tutto ciò che è stato – e che ne rimane – altro non è se non un continuo campo-controcampo di dialoghi tra i protagonisti del film: il loro faccione sparato addosso, ininterrottamente.
Realizzo adesso che è solo una perdita di tempo.
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