Oggi piove.
Possiamo immaginare che, se questo “oggi” fosse quello dell’Alba dell’uomo di 2001: Odissea nello Spazio, la pioggia verrebbe intesa dall’uomo-esperiente come un insormontabile punto interrogativo – ovverosia come un semplice “fatto”, irrelato dal resto dei fatti e pertanto irriconducibile a quella che dovrebbe essere una spiegazione esaustiva.
Ma compiamo uno slancio temporale in avanti: durante una spedizione, un gruppo di cacciatori avvista da lontano una preda intenta a brucare dell’erba. Si tratta di un uri: sebbene il gruppo non gli abbia ancora dato questo nome, ne conoscono bene il sapore. Mentre si apprestano ad avvicinarvisi, scoppia un temporale: il padreterno doveva essersi dimenticato i rubinetti aperti quel giorno. L’uri, allarmato, alza il capo e nota il gruppo di predatori; senza pensarci due volte, si gira e, al meglio delle sue possibilità, scappa via. Gli umani, demotivati dalla difficoltà e al contempo anch’essi allarmati dal temporale, decidono in silenziosa e complice unanimità di cercare riparo. Ritornati nella grotta da loro occupata (che, se potessero, chiamerebbero casa), uno di questi uomini si reca solitario verso il suo angolo prediletto, là dove egli può dare libero sfogo alla sua creatività. Qui si accovaccia e inizia a disegnare qualcosa nella penombra; ciò che era il suo desiderio, ciò che non gli è stato consentito di ottenere: l’uomo inizia a delineare, sulle pareti dissestate della grotta, la forma di un bovino.
All’angolo opposto della caverna si trova invece un altro uomo, anch’egli da solo, incurvato su se stesso e con lo sguardo fisso sulla parete. Completamente immobile siede, tanto che, se non fosse per la sua forma, nulla lo distinguerebbe da una qualsiasi pianta o albero. Tale assenza di movimento esteriore non deve però trarre in inganno: interiormente egli si muove, anzi si libra dolcemente tra una miriade di pensieri, divisi da spazi immateriali e infiniti. Senza sapere dell’impossibilità pratica del volo, egli risulta tanto più capace di farlo. Privo di concetti, privo di parole per definire questi ultimi, ma non per questo privo di pensieri: l’uomo inizia a delineare, protetto dalle pareti dissestate della grotta, una domanda fondamentale: «“perché” “piove” “?“». Migliaia di anni dopo, qualcuno vi troverà una risposta che, se non altro, risulterà piuttosto comoda: sono stati gli dèi. Il potere di questi ultimi coincide essenzialmente con il loro volere; pertanto, se gli dèi possono far accadere tutto ciò che desiderano, sarà meglio che ci adoperiamo per modificare il loro volere verso i nostri desideri; inoltre, sarà meglio non farli arrabbiare. Ma l’esperienza ci dice che suddividere i nostri sforzi su diversi ambiti farà sì che, inevitabilmente, il risultato sia più scadente rispetto a quello che avremmo potuto ottenere concentrandoci su un ambito solo. È per questa ragione che l’uomo è passato dalla venerazione di molti dèi all’adorazione di uno solo.
Facciamo adesso un ultimo salto in avanti: vediamo un uomo di spalle, seduto curvo alla sua immensa scrivania in legno pregiato e vestito come se si trovasse ad una festa di corte. Il suo nome è Gottfried Wilhelm Leibniz, e sta dimostrando l’esistenza di Dio. Per raggiungere tale scopo, rimaneggia costantemente un foglietto che tiene ben saldo accanto a lui durante la scrittura. In esso si legge:
«Il principio di ragion sufficiente, in virtù del quale consideriamo che qualsiasi fatto non potrebbe essere vero o esistente, e qualsiasi enunciato non potrebbe essere veridico, se non ci fosse una ragion sufficiente del perché il fatto o l’enunciato è così e non altrimenti – per quanto le ragioni sufficienti ci risultino per lo più ignote».
Mentre mette un punto definitivo al paragrafo cui si era dedicato fino a quel momento, il rumore di un tuono si abbatte fragorosamente sulle finestre della sua stanza. Il filosofo, completamente assorto nel suo lavoro, non aveva notato il fulmine appena precedente; per questo motivo, sussulta tremante. Dopo aver ripreso il controllo, poggia la sua penna a piuma sul calamaio e, senza nemmeno alzarsi per guardare fuori dalla finestra, si mette a riflettere – forse per gioco, forse sul serio – sulla natura della pioggia: «perché piove?». Questa domanda, la cui risposta risulta talmente ovvia per uno scienziato e filosofo del XVIII secolo, lo compiace particolarmente: egli può rispondervi, con tono freddo e distaccato, semplicemente dicendo: «perché piova, si ha bisogno di una ragione sufficiente; e questa, in ultima analisi, coincide con ciò che Dio vuole – ovvero il volere di Dio; e ciò che Dio vuole deve necessariamente essere il Bene». Tutto sembrerebbe concludersi per il meglio; se non fosse che, di lì a poco, un altro uomo sarebbe disceso dai monti su cui aveva passato, in solitudine, i suoi ultimi dieci anni di vita. Al pari del sole, che scende in basso al tramonto, così egli intende fare discendendo tra gli uomini. A questi ultimi intende portare un messaggio, un insegnamento: che quel Dio sul quale hanno riposto ciecamente la propria fede. quel Dio grazie al quale hanno dato risposta a tutte le loro domande – finanche le più assurde – e sul quale si sono tanto arrovellati per dimostrare l’esistenza è ormai, irrimediabilmente e per colpa di quegli stessi uomini, morto.
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