Sulla sconfitta

Pensavo di voler aprire la riflessione con una citazione che ricordavo essere di Pasolini:

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…

… che poi ho scoperto essere un falso. Parlando del valore della sconfitta. Partiremo dunque in un altro modo.

Fabrizio De André era solito a pescare dal popolo, dalla vita e dalla poesia per dar vita alle sue opere: nel caso dell’album “Non al denaro, Non all’amore, Ne al Cielo” attinge a piene mani dalla loro perfetta unione, che già aveva preso corpo nell’Antologia di Spoon River di Edgar L. Masters. La poesia Il suonatore Jones, da cui è tratto il brano omonimo, merita di essere citata per intero:

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscìo di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
non parliamo di ingrandirle —
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento — solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiamasse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato —
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

De André scompone e ricompone i pezzi; contemporaneamente, si fa medium del poeta prima di lui, trasmettendo il suo messaggio. Cosa si può leggere in questo testo? È semplice: un proprietario terriero che può permettersi la bella vita all’interno del microcosmo all’interno della quale vive. Scegliendo questa argomentazione, il signor Jones è un vincente.

Tuttavia, perversamente, la sua vittoria è essenzialmente perdita; e lo è “essenzialmente” perché, sulla base delle regole del gioco-sistema che abita, egli perde potenziale profitto (concreto, materiale) sotto ogni aspetto. Il fatto che questo appaia esplicitamente all’interno del – metaforico – epitaffio di un uomo che ha vissuto all’insegna della gioia e della musica non è casuale: se non altro, è frutto del costante tentativo di dipingere la contraddizione, latente in ogni individuo ed in ogni sistema – tentativo che coincide con uno degli obiettivi di Masters. Da tutto ciò potremmo trarre poco e nulla o semplificare il tutto. Ma non è nel mio stile.

Facciamo un salto verso terre lontane per un secondo. Qualche decennio fa un uomo di nome Noam Chomsky decise che il linguaggio fosse, in qualche modo, innato all’uomo. Che il dispositivo linguistico e il suo utilizzo, nella sua interezza, fossero già, in qualche modo, parte e proprietà dell’uomo. Ecco, questo è un esempio di semplificazione – in tutti i sensi possibili.

Né la sensazione di perdita (o vittoria che sia), né tanto meno il linguaggio sono unità certe, che potremmo definire ‘universalmente’ presenti-a-tutti o, quantomeno, tanto presenti da possedere una propria verità (che si traduce in “una certa origine” o una “certa definizione”). Ma per questo basterà dire, semplificando: è tutta questione di prospettive – geometriche.

Il suonatore Jones, in tutte le sue forme, ci mostra – e prova a dimostrarci – che quella contraddizione (che poi, sottoponendola ad una più attenta analisi, è infinita e barocca ripetizione di certe prospettive che immobili oscillano immobili tra l’identico e il diverso) è presente tanto nell’individuo quanto nella società intera – spiritualmente e materialmente che sia. Il dispositivo è potente: tende alla totalità.

Eppure, non si sa come ma è successo, lo sguardo sociale riposa su una visione certamente ampia, ma sicuramente non panoramica: che la Vittoria sia, qui ed ora, accumulazione di denaro sufficiente per campare questa ed altre cento vite. E qui la semplificazione si dà autonomamente; altro non è che conseguenza delle regole del gioco. La Vittoria, nel modo di produzione capitalistico borghese, è ideologia. E l’ideologia si tramanda per mezzo dei giocatori.

È curioso come nell’anno 2025 e 2026 all’interno dell’industria cinematografica si siano susseguite due grandi produzioni, che sono cronologicamente: One Battle After Another e No Other Choice. Per dare delle coordinate economiche (piuttosto incerte): il budget di produzione stimato di One Battle è di $140,000,000, mentre per No Other Choice si parla di $12,200,000. Verosimilmente, diversi obiettivi artistici e produttivi si trovavano alle spalle di queste due distintissime operazioni commerciali. Al contempo, gli obiettivi ideologici percepibili sono simili: entrambi i film vedono degli sconfitti sociali – come Jones –, ma attraverso prospettive o maschere sempre diverse. Al netto di analisi (che pure meriterebbero il loro spazio), la sconfitta viene come universalizzata. Ma, in fondo, non è sempre stato così?

(Quasi) in tutte le storie, anche mitiche, favolesche, autobiografiche etc. sono ravvisabili dei perdenti; essi, invero, spesso coincidono con i personaggi principali. Questi sono i protagonisti più avvincenti: gli antieroi, che nascono con il serpente biblico o Lucifero, passano dalla novela picaresca e arrivano sino ad Alex DeLarge. In queste storie non v’è alcun “e vissero tutti felici e contenti”, che è essenzialmente perversione del racconto. Solo quando l’artista è felice con la propria opera – tanto che essa ha assunto la forma del proprio tempo-vita – può esistere un “e vissero tutti felici e contenti”. Solo nell’assoluta finzione o finzionalità della storia si ha, e anzi potenzialmente si può, ottenere una vittoria. Tutte le storie più utili – cioè che sono buone per noi – non terminano così: pulsano di contraddizione e di molteplice, di non ‘finito’ (The End). Il finale di un film che bene esemplifica e si sbeffeggia di questa perversione è Eyes Wide Shut. Ma avanzerei questa provocazione: che la fine della storia coincide con la fine della vita dell’uomo che legge; è bene perciò che l’uomo che legge non legga (dunque non esperisca) unicamente la vittoria, e questo per il suo reale tornaconto personale.

Mosé sta all’Ebraismo come il Siddartha Gautama sta al Buddhismo – sebbene il paragone non sia onesto, è tra i più evocativi. Si narra che quest’ultimo abbia vissuto all’interno del palazzo di famiglia fino alla maggiore età; abitò nella perfezione assoluta, almeno fintantoché non vide la morte. Dopo averla conosciuta, scappò da palazzo e iniziò a vagabondare alla ricerca del senso della vita. Abbiamo alle spalle secoli di religione occidentale, cercare qualche risposta ad est non risulterà certamente nella fine del mondo: cosa è la Perdita per il Buddha? L’ignoranza, che è sempre ignoranza rispetto alla causa delle cose. Perdita, ignoranza, dolore, mancanza, sofferenza… tutte facce della stessa medaglia agli occhi di chi ne ha compreso la necessità – appiattimento della prospettiva. Ma la perdita del Buddha è anche Vittoria: perdendo, egli si consente di ottenere. Non v’è vincita o perdita, non c’è prospettiva né mira nell’essere che coglie la contraddizione, l’inesistenza della contraddizione ed il suo superamento – e questo in qualsiasi ordine. Un divenire immobilizzato è stagliato di fronte agli occhi di chi si protrae nella ricerca. Ed a noi poveri schiavi, all’interno del gioco e impossibilitati alla ricerca, è consentito unicamente sbirciare sillabe della loro potenza, tramandate svogliatamente da chi, evidentemente, sente di aver qualcosa da perdere.

Per riassumere con la poesia tutto ciò che si è provato ad esprimere sinora, si potrebbe forse usare un passo di Pessoa:

Non mi scandalizza affatto che qualcuno che io considero pazzo o sciocco, affermi che in molte circostanze o prove della vita egli è superiore a un uomo normale. Gli epilettici durante la crisi sono fortissimi; i paranoici ragionano come pochi uomini normali riescono a fare; i folli con mania religiosa riescono ad aggregare moltitudini di seguaci come pochi demagoghi riescono a fare (ammesso che vi riescano) e con una convinzione che gli altri non riescono a dare ai loro seguaci. E tutto ciò non prova altro che la pazzia è pazzia. Preferisco una sconfitta consapevole della bellezza dei fiori, piuttosto che una vittoria in mezzo ai deserti, una vittoria colma della cecità dell’anima, di fronte alla sua nullità separata.

Lascia un commento